LE MERAVIGLIE DELLA CITTA’ DI ROMA NARRATE DAL MAESTRO GREGORIO
(12°/13° SECOLO)


Prologo, le mura, le porte, le statue bronzee, il monumento di Teodorico, o di Costantino, o di Marco, o di Quinto Quirino, il monumento di Quinto Quirino, la statua del Colosseo, il simulacro di Priapo, la Salvatio civium, il simulacro di Bellerofonte, il bagno di Apollo, il teatro di Heraclea, la statua di Venere, le statue di salomone e di Bacco, il Palazzo dei Cornuti, il Palazzo di Diocleziano, il tempio di Pallade.

Inizia qui il prologo del maestro Gregorio sulle meraviglie di Roma passate e presenti e su ciò che di esse oggi rimane. Il maestro Martini, dal signore di Thomé e da molti altri cari amici, mi pregarono di descrivere le meraviglie di Roma. Sarò breve, avendo molto rispetto del vostro sacro studio. Temo di offendere col mio rude parlare i vostri orecchi abituati ad ascoltare sermoni di sommi dottori. Chi, infatti, potrebbe invitare a cene aride e rustiche chi è abituato alle delizie della mensa? Con mano esitante mi pongo all'opera, poiché mentre penso ai miei scomposti sermoni, spesso rinuncio al proposito di prendere la penna. Ma la promessa fatta, vinse in me la vergogna, e preso il calamo con mano rude e inesperta, nel modo migliore possibile cercherò di soddisfare la promessa. Inizia la descrizione delle meraviglie di Roma fondate sia sull'arte magica sia sul lavoro umano. ^

1.Mirabile ritengo la vista alla città, per l’innumerevole numero di torri e di palazzi. Quando la vedemmo da lontano, mi tornarono alla mente le parole di Cesare, il quale dopo la vittoria sui Galli e dopo aver valicato le Alpi, ammirato dalla maestosità delle mura di Roma disse:
"Tene, deum sedes, non ullo Marte coacti
Deseruere viri? Pro qua pugnabitur urbe?
Dii melius," ...
Paolo disse poi: mani ignave fondano città, capaci di turbe di uomini, le quali se in difficoltà, si appellano a Roma, come ad un sommo nume. Dio mi fece la grazia di ammirare le grandi bellezze dell‘urbe, di cui Dio la dotò, con inestimabile splendore, più che qualsiasi altra città della terra. Perché anche se crollasse tutta Roma, nulla d'integro potrebbe essere a lei equiparato; per cui qualcuno disse:
Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina:
Fracta docere potes, integra quanta fores.
I resti della città, mostrano chiaramente tutte le ingiurie del tempo. Roma capo d'ogni tempo ora langue e cade in rovina. ^

2.In questa città esistono tredici porte, così dette: Aurea, Latina, Sacra, Salaria, Marcia, Livia, Collatina, Flaminea, Numantia, Appia, Tiburtina, Aquileia ora detta di san Lorenzo, Asinaria. ^

3.Ora parlerò delle statue di bronzo della città. Il primo segno di bronzo è il toro sotto le cui spoglie, secondo la leggenda, Giove rapì Europa. Questo segno, presente nel vallo del castello di Crescenzio, è di tale verismo, che sembra star lì lì per muggire e per muoversi. ^

4.Il secondo segno. Un altro segno di bronzo si trova davanti al palazzo del Papa. Si tratta di un grande cavallo e del suo cavaliere. Questo monumento è chiamato dai pellegrini: di Teodorico; dal popolo Romano: di Costantino; dai cardinali e dai chierici della curia Romana: di Marco o di Quinto Quirino. Questo monumento di perfetta fattura, poggiava su quattro colonne di bronzo antico poste di fronte l'altare di Giove in Campidoglio. Papa Gregorio abbatté il cavaliere, il suo cavallo e le quattro colonne, ponendo queste ultime nella chiesa del beato Giovanni in Laterano. I Romani poi, posero cavallo e cavaliere davanti al palazzo del Papa. Il cavallo, il cavaliere e le quattro colonne erano dorate, ma in più parti l'oro fu abraso dalla cupidigia Romana. Il cavaliere siede con la mano destra protesa in segno di comando, mentre con la sinistra tiene le briglie, che pendono nella parte destra del capo del cavallo, per farlo girare dall'altro lato. Un uccello, che chiamano cuculo, siede tra gli orecchi del cavallo, che schiacciano un nano, posto sotto gli zoccoli. Quest'opera ebbe diversi nomi, così come fu giustificata con varie motivazioni. Pellegrini, Romani, signori, cardinali e uomini dottissimi su di lei raccontano varie favole. Alcuni che la chiamano la statua di Marco, ne danno la seguente giustificazione. Il Re dei Meseni, nano di statura, esperto di negromanzia il più malvagio dei mortali, avendo soggiogato i re degli stati limitrofi, aggredì il regno dei Romani, muovendo più guerre contro di loro con esito favorevole. Poiché egli vanificò la forza dei nemici, con arti magiche, ferì a tal punto l'orgoglio degli avversari che questi deposero le armi. Per cui vinta ogni battaglia contro i Romani, per ultimo egli pose sotto assedio anche la loro città. Pertanto, i Romani assediati non poterono ricevere alcun aiuto esterno. Si narra che quel mago, ogni giorno al sorgere del sole, uscisse tutto solo dall'accampamento e che un uccello, al suo arrivo, cantasse con tanto impeto che il canto si udiva fin dalle tende nemiche. Il mago recitava allora certe formule segrete ed eseguiva sortilegi, affinché i Romani perdessero ogni speranza di vittoria. Quando i Romani seppero, che il re usciva regolarmente dall'accampamento, andarono da un soldato valorosissimo di nome Marco. Al quale promisero grandi onori in cambio della liberazione della città dall'assedio, promettendo un monumento a memoria sempiterna. Il soldato accettò, e ordinò loro di fare una breccia nel muro dalla parte dell'antimurale, ove il re era solito recarsi. I Romani obbedirono e, notte tempo forarono il muro, in modo che il soldato, col suo cavallo vi potessero passare. Ma essi si raccomandarono affinché il re dei Miseni, non fosse colpito con le armi, ma rapito e portato entro le mura, incolume. Il soldato mise in atto ogni loro consiglio e a metà notte uscì dalle mura. Mentre con animo vigile aspettava l'aurora, il cuculo come il solito cominciò a cantare, era il segnale che annunciava la luce d'oriente e l‘arrivo del re. A quel segno il cavaliere scese da cavallo, vide il re inutilmente occupato nell'arte magica, e, con grande impeto lo rapì, e lo portò dentro le mura. Il milite trascinato, il re al cospetto del popolo, e di chi temeva che ciò sarebbe stato impossibile per le sue arti magiche, lo calpestò con gli zoccoli del cavallo e lo uccise. In tal modo le sue arti magiche non poterono nuocere ad alcuno. Quindi aperte le porte, l'esercito del re ucciso, fu sgominato e messo in fuga e una gran massa di nemici fu fatta prigioniera ed uccisa in quella battaglia. Nessun bottino arricchì tanto l'erario Romano, e si deliberò quanto prestabilito. Nel monumento furono messi: il cavallo, la cui veloce corsa fu propizia, l'uccello, che annunciò il sorgere del sole, il nano posto sotto gli zoccoli che morì. ^

5. L'altra spiegazione di quel segno è la seguente. Quelli che chiamano la statua monumento di Quinto Quirino, l'attribuiscono a questo motivo. Ai tempi di Quinto Quirino, nel Palazzo Sallustiano si aprì una grossa voragine. Il baratro vomitava fumi sulfurei ed aria corrotta, che causò una gravissima pestilenza e la morte di molti Romani. Poiché il numero di coloro che morivano per la pestilenza aumentava ogni giorno, fu interpellato l'oracolo d'Apollo. Il responso fu il seguente: la pestilenza non cesserà, finché un Romano spontaneamente non si sarà gettato nella voragine, preferendo la salute del popolo alla sua. Allora i sacerdoti pregarono alcuni nobili Romani, sia per età che per ignavia inutili, affinché, col consenso di ambedue i genitori, s'immolassero per il bene comune, . Chi si rifiutava, rispondeva di non avere interesse ad acquisire gloria da morto se da vivo doveva entrare nel tartaro. Infine, non avendo trovato alcuno, che a nessuna condizione ed in alcun modo voleva diventare vittima, Quinto Quirino di fronte alla città riunita disse: "Spesso in battaglia per la repubblica sfidai il pericolo di morte. Ebbene, non trovandosi alcuno che anteponga la salute del popolo alla sua, io principe dell'orbe e dell'urbe di cui sono il signore, sono pronto ad entrare vivo nel tartaro per la salvezza dei cittadini. Voglio che la mia consorte, i liberti e tutta la mia famiglia non si commuovano, per ciò che ho promesso agli ignavi. Quirino, quindi, montò a cavallo, e alacre e intrepido come se andasse ad una festa, con una corsa veloce si precipitò nella voragine. Un cuculo uscì dalla bocca della stessa, la quale smise ogni fumo e così cessò la pestilenza. I Romani, liberati da una così gran pestilenza, decisero di dedicare un monumento a Quirino ad eterna memoria. Nel monumento furono posti: un cavallo; perché da lui condotto fu immolato per il bene comune, l'uccello, che uscì dallo speco, posto tra gli orecchi del cavallo e infine, un nano, il concubino di sua moglie, sotto gli zoccoli del cavallo. ^

6.Il terzo segno è l'immagine del Colosseo, che alcuni pensano essere la statua del Sole, e, altri dicono sia l'effigie di Roma. La statua è ammirabile, sia per la sua mole sia per il modo in cui essa è costruita ed è stata resa stabile. La sua lunghezza, come trovai scritto, è di centoventisei piedi. Questa grande immagine stava nell'isola d'Erode sopra al Colosseo, quindici piedi, ed era più alta dei più elevati luoghi dell'urbe. La statua reggeva nella mano destra una sfera e nella sinistra il gladio: la sfera simboleggiava il mondo e il gladio, la virtù bellica. I Romani vollero il gladio a sinistra e la sfera nella destra, perché ci vuole meno fatica per conquistare piuttosto che per conservare, come dice un detto popolare:
O facile dare summa deos eademque tueri
difficiles!
I Romani assegnarono perciò la parte meno forte al gladio, perché con minore virtù l'orbe a se soggiogarono, ma con maggiore virtù lo mantennero soggiogato. Anche quest'immagine bronzea era tutta dorata e brillava nelle tenebre. La statua si muoveva con moto continuo e costante al girar del sole, opponendo la faccia al corpo solare: perciò molti credevano che essa fosse l’ immagine del sole. Quest'immagine era adorata, quando Roma era fiorente, da chiunque veniva a Roma, e, anche i Romani naturalmente la onoravano, e, supplici, la veneravano. Anche questa statua subì la distruzione e la deturpazione del beato Gregorio che distrusse tutte le statue pagane di Roma. Non potendo abbattere una così gran mole, prima provò con molta forza e con grave sforzo, poi ordinò di bruciare l'idolo riducendolo a materia informe. La testa e la mano destra con la sfera tuttavia resistettero a tanto incendio, ed ora sono davanti al palazzo del Papa, e, su due colonne marmoree, offrono un mirabile spettacolo. Esse appaiono d'enorme grandezza, e degne di mirabile lode artistica. Il capo umano e la mano della statua, sono di squisita fattura e sono un mirabile esempio della tecnica di fusione del bronzo. I capelli appaiono soffici, e, se colpiti dalla luce, prendono forma. La testa sembra muoversi e parlare: nessuna statua, dicono, fu eretta nell'urbe con tanta cura e di maggiori dimensioni. ^

7.Il ridicolo simulacro di Priapo. Vi è un altro simulacro di bronzo, veramente ridicolo, chiamato di Priapo. La statua raffigura un uomo col capo reclinato, nell'atto di togliersi una spina dal piede. Chi ne vorrà seguire la direzione dello sguardo, vedrà un fallo di mirabile grandezza. ^

8.Moltitudine delle statue. Tra tutti i monumenti di Roma, la più ammirabile è la moltitudine delle statue detta "Salvatio Civium". Questa era formata dalle statue di tutte le genti soggette dall'impero Romano. Ogni popolo soggetto all'impero Romano, aveva una sua immagine in questa casa. Di questa casa restano ancora in piedi gran parte delle pareti oltre alla cripta orrida e inaccessibile. In essa le statue stavano in ordine d'importanza e ognuna di loro rappresentava un popolo, la cui immagine, aveva sul petto una scritta e una campanella d'argento, il metallo più sonoro. I sacerdoti le sorvegliavano giorno e notte. Se un popolo insorgeva contro l'Impero romano, immediatamente la sua statua si muoveva facendo tintinnare la campanella che recava al collo e subito i sacerdoti riferivano all’imperatore il nome scritto sull'immagine. C'era anche sopra la casa, un soldato di bronzo a cavallo, sincronizzato col moto dell'immagine che dirigeva la sua lancia contro la statua del popolo che si era mossa. Da ciò allarmati, i principi Romani inviavano subito l'esercito per reprimere la ribellione di quel popolo, e, i nemici spesso, prima di ricorrere alle armi e alla resistenza, spontaneamente e senza spargimento di sangue a loro si assoggettavano. Nella stessa casa si badava a che il fuoco fosse inestinguibile. L'artefice di questa mirabile opera, interrogato circa la sua durata, rispose che il tempio sarebbe esistito finché una vergine non avesse partorito. Affermano che, con gran rovina, il milite e la sua casa crollarono quella notte, in cui Cristo nacque dalla Vergine, e il fuoco fatuo magico fu estinto, non appena spuntò la luce vera e sempiterna. E' credibile che, quando Dio si fece uomo, sparisse il malvagio simbolo della potenza ingannatrice degli uomini. ^

9.Il simulacro ferreo di Bellerofonte. Avvenne un gran miracolo a Roma. Il simulacro ferreo di Bellerofonte col suo cavallo volò in aria. Nessuna catena appesa sopra o sotto lo stipite riusciva a trattenerlo. Allora si posero delle lastre magnetiche nella volta dell'arco. Queste, esercitando una forza d'attrazione proporzionale in misura equiparata, lo tenevano fermo. Il suo peso era di circa quindici mila libre di ferro. ^

10.Il bagno d'Apollo Bianeo. E' cosa mirabile il bagno Bianei Apollonis che ancora esiste a Roma. Questo bagno Bianeus Apollo era fatto di solfo e nero sale, e conteneva mirabili suppellettili di bronzo. Ma una candela votiva lo incendiò appiccandovi il fuoco perpetuo. Questo bagno io vidi e in esso mi lavai le mani riluttante, per il fetore dell'odore sulfureo. ^

11.Il teatro in Heraclea. Del meraviglioso teatro nel monte marmoreo di Heraclea mi dispiace non riferire. Nel quale le celle, i sedili della cavea, delle uscite e degli antri sono scolpiti in solida pietra. Quest'opera poggia sopra sei colonne ricavate dallo stesso monte. Nel teatro nessuno o in segreto o solo o con altro può parlare, senza che quelli che sono al suo interno non odano. Fin qui dissi ciò che fu degno di maggiore ammirazione. ^

12.Ora parlerò un pò dei segni marmorei. Il beato Gregorio cancellò o deturpò quasi tutte le statue pagane. Parlerò prima di una statua d'esimia bellezza. Quest'immagine fu dai Romani dedicata a Venere, che, come narrava la leggenda, si mostrò nuda a Paride nel temerario giudizio insieme a Giunone e Pallade. Alla quale il temerario arbitro disse:
Iudicio nostro vincit utramque Venus.
Questa statua di marmo Pario tanto mirabile e inesplicabilmente perfetta possiede un segreto, infatti, sembra più una creatura viva che un'immagine. Le sue nudità sono rosee e la faccia è profusa di purpureo colore. Sulla bocca nivea si vede pulsare sangue. Sono stato costretto, da non so quale magica persuasione, a tornare a vedere tre volte questa mirabile immagine, pur distando due stadi dal mio albergo. Non lontano da lei vi sono dei cavalli marmorei di mirabile grandezza e d'artistica fattura. Qui poi, come si dice, c'erano le immagini dei primi compositori. Ai quali erano assegnati i cavalli, per la velocità del loro ingegno. ^

13.Vicino ai cavalli le statue marmoree di due vecchi riposano tra due fornici. Ambedue misurano in lunghezza quaranta piedi. Di queste una dicono sia l'immagine di Salomone, l'altra di Liberi Patris. Quella Bacco ha in mano un tralcio di vite, quella di Salomone lo scettro. ^

14.Il Palazzo Cornutorum. Vicino alle statue vi è il palazzo dei Cornuti. La casa era ampia ed altissima e conteneva molte statue, tutte cornute. Tra le quali un'immagine, la più grande è quella di Iupiter Arenosus. Secondo alcuni studiosi il palazzo prende il nome da una famiglia che lo edificò. Furono uomini grandi e illustri dell'urbe, feroci con i nemici e cittadini superbi, che i concittadini chiamarono: "Cornuti". ^

15.Il Palazzo di Diocleziano. Non posso andare nel Palazzo di Diocleziano, ove sono in corso lavori. Del quale l'ampissima, artistica e ammirabile composizione non posso descrivere. Il Palazzo è di tale spaziosa grandezza, che in un giorno intero non si può vedere tutto. Trovai colonne tanto alte, da non riuscire a lanciare una pietra fino al loro capitello. Queste colonne, quando furono portate via dai cardinali, cento uomini a stento per un intero anno dovettero segare, pulire e rifinire. Da quale luogo fui respinto, perché se non dissero il vero, avrei scoperto la verità. ^

16.Il tempio di Pallade. Anche il tempio di Pallade fu opera insigne. Fu distrutto dai lavoratori di Cristo con molta fatica. Non potendo essere completamente abbattuto, la parte rimanente, fu usata come granaio dei cardinali. Al suo interno sono grandi cumuli marmorei formati da frammenti di statue. Tra loro vi è la statua di Pallade armata, posta sopra un'altissima testuggine, col capo tronco, meravigliosa a vedersi. Quest'idolo era oggetto di massima venerazione presso gli antichi Romani. Qui erano condotti i Cristiani e chiunque in ginocchio non adorava Pallade, era ucciso dopo aver subito diverse pene. A quest'idolo o simulacro fu condotto Ippolito con la sua famiglia, e, poiché lo disprezzò, subì il martirio dopo essere stato trascinato dai cavalli. ^

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